Non sono idoneo

Non sono idoneo alle comitive
Non sono idoneo alle fiaccolate
Non sono idoneo alle cioccolate
né quelle calde né quelle con il latte.
Non sono idoneo alle bionde,
non sono idoneo alla religione
nemmeno quella del pallone.
Non sono idoneo alla musica classica
non sono idoneo alle patatine classiche
non sono idoneo allo stile classico.
Non sono idoneo ai piedi freddi e ai mutamenti di temperatura
non sono idoneo quando la tristezza perdura;
non sono idoneo ai guanti, né quelli di lana né quelli da cucina.
Non sono idoneo alla matematica e alla statistica
non sono idoneo ai limiti
e ai termini finiti, finiti poi per volere di chi?
Non sono idoneo ai chi, ai chicchirichi, e ai galli.
Non sono idoneo ai gialli.
Non sono idoneo nemmeno alle ore piccole
per non parlare di quelle grandi
o di quelle intermedie.
Non sono idoneo agli orologi, agli appuntamenti,
alle ragazze con due menti.
Non sono idoneo al formaggio che si attacca sulla padella
né al giardinaggio
né alla pesca.
Non sono idoneo ai cappelli, le collane e i legumi,
né alla frutta
né alla pesca.
Non sono idoneo al mal di gola, al raffreddore e agli scii,
per non parlare del pattinaggio, il mixaggio
o ai regali degli zii.
Non sono idoneo al touch screen,
ai segnali di pericolo
né alla patente B.

Stasera non mi leggerà nessuno.

Ho le mani fredde. O forse non più. Da quando scrivo al pc, le mie dita si muovono davvero veloci, e non ho più le mani fredde, a meno che non smetta di scrivere. Costruisco periodi brevi, poi li strutturo di nuovo e poi faccio una bella restaurazione. Tanto non mi piaceranno mai, come i panini che prendo nei fast food: li guardo, li valuto, li compro, ma non sono mai quello che voglio, forse perché “quellochevoglio” ancora non esiste sul display.
Stavo dicendo, ho le mani fredde. Sì, solo per questo motivo sto scrivendo. Sono egoista? Uno in più. E’ così facile la matematica, e io ancora mi lamento di non conoscere le funzioni per il compito in classe di domani. Le funzioni non funzionano, ecco l’arcano, se le funzioni funzionassero, io le utilizzerei anche nella mia vita. Mi aggiusto le sopracciglia. Sono davvero un imbecille a volte, avvolto in un papiro, ma non in un papiro vero, uno di quelli fatti con i fogli A4, con i bordi bruciacchiati con qualche bic chiesto in prestito: esclusivamente per creare l’effetto papiro!
Ma che sto dicendo? Dove voglio andare? Stasera andrei su un ponte. Un ponte medievale. Che persona ammuffita che sono diventato. Facciamo un’altalena, così sciolgo un po’ questo acido lattico. Parzialmente scremato e spalmato su tutto il mio corpo stremato.
Ho le mani fredde, e stasera, mi sa’ che faccio la fine di Manzoni. Rimaniamo io e i miei venticinque lettori. Loro con le mani calde, e io, con le mani fredde.
Dove sei finito. Dove sei finita.
?

La Buona Scuola è una baguette.

Come il cous cous in Marocco, i crauti o i wrüstel in Germania, la paella in Spagna, la Buona Scuola sembra essere presentata a noi come un piatto tipico.
Come l’ultimo pezzo del puzzle, l’ultimo ticchettio delle lancette, il primo giorno del mese per gli anziani, la Buona Scuola sembra essere presentata a noi come un’ancora; peccato che approderemmo sull’Isola che non c’è se la usassimo, insieme a Peter Pan, e Trilli, che con un pugno di polvere di fata farebbe volare Renzi, con la sua bicicletta, su questa sua isola di sabbia.
Un giorno, non molto lontano, il nostro Presidente del Consiglio (ad honorem, e che honorem!) si nascose sull’ultimo piano del campanile di Giotto, con la sua bicicletta ben tenuta, con tanto di campanellino. Disse a tutti che voleva praticare un po’ di Trial: la leggenda narra che nella campana più alta tiene nascosta la sua bmx gialla, quella per le acrobazie, quella in carbonio.
Quel giorno piovve a dismisura nel suo borgo, così, per sviare alla noia, si sedette lasciando cadere le caviglie a penzoloni, e dall’apice, ammirava tutti. Disse anche, successivamente, in sede privata, che quel giorno si sentì come Ezio Auditore in Assassin’s Creed II. (peccato che non intravide nessuna balla di fieno)
Mentre cantava l’inno della fiorentina, che ormai non canta nemmeno più Della Valle, perché troppo occupato ad esultare già dall’inizio, decise di fare un disegno: disegnò una legge. Da bambino non era un artista, nemmeno all’asilo, sbagliava perfino a disegnare il sole, ma quel disegno, inconsapevolmente uscì perfetto, ai suoi occhi. Lo colorò prima con i pastelli, e poi lo definì con i colori a spirito. Si, a spirito di avventura. Lo firmò addirittura, e decise di mostrarlo a tutti i suoi amici in giacca e cravatta, quelli che le nonne vedono in televisione; quelli che affermano che il blu è il nuovo nero di stagione, e con questa scusa, li “vediamo” sempre dietro i finestrini anneriti di quelle macchine lucide, blu; quelli che hanno sempre fame, e mangiano pasta e soldi.

Due settimane fa ebbi la fortuna, con la mia buona scuola, di andare in Francia. E come in ogni mio viaggio mi sono ritrovato in un supermercato. Avevo fame, e dovevo pranzare con qualcosa da prendere soltanto a morsi, qualcosa di già pronto.
Ero in Francia, come poter preferire una piadina ad una baguette? Non c’è stato verso, il cliché ormai era approdato nel mio sistema nervoso, e con qualche movimento involontario, comprai la baguette: prosciutto e formaggio, croccante. La pago, la ringrazio (la cassiera, non la baguette) e scappo sul primo muretto del parcheggio del supermarket. La mia fame straccia la confezione, strappa la carta, e finalmente le mie mani hanno in mano il mio pranzo, tanto atteso. Do un morso con la voglia di mangiarmene altre 78, e faccio una smorfia con il viso paragonabile a quando vedo una persona intenta a far scoppiare un palloncino, ma che comunque mi tiene sulle spine, che poi si è evoluta in una semplice e banale espressione da schifo:
c’era l’insalata, i cetriolini e il pane era più molle di un budino al caramello.
L’ho buttato, ho contato il resto degli spiccioli che mi erano rimasti in tasca, e ho comprato dei biscotti, ma sono andato sul sicuro stavolta: li conoscevo.

E con questo non voglio dire di non comprare la baguette, magari sarà stata l’eccezione e la sfortuna, o forse bisognerebbe recarsi, preferibilmente, in una panetteria. Non importa, ormai è tardi.
Ma non è ancora tardi per muoversi. Aspiriamo a stracciare la carta e non trovare la baguette del mese scorso, ma un panino croccante con prosciutto e formaggio, senza ingredienti nascosti e poco prelibati.
La Buona Scuola è un disegno colorato fin troppo bene per nascondere gli errori di una persona qualunque, e non di un artista, né tanto meno di un disegnatore.
La Buona scuola è una baguette, ben messa sullo scaffale, ad un prezzo conveniente, con una bella cornice; ma che invece di finire nello stomaco, finisce nella spazzatura.

Il balcone.

Guarda! Sulla sinistra!
E’ ben definito ed ha delle mascelle davvero squadrate, come se l’avesse progettato un architetto o un geometra. E’ liscio e si offende quando qualcuno lo definisce largo, lui preferisce slanciato, robusto per gli amici, ma solo quelli stretti. (come lui)
E’ la persona che mi sorride di più ogni volta che la incontro, non è mai triste, e non si lascia ammuffire dal tempo. Non gli piacciono le persone umide, ma con me non c’è stato alcun problema, lo sa benissimo che sono indifferenziato.

Mi mette di buon umore quando è lì fermo a prendere il sole, io davvero non so come riesce a rimanere immobile senza inforcare alcun tipo di protezione, o spalmare qualche paio di occhiali sulle sue pupille verdi come le ringhiere.
Non lo odio mai, nemmeno quando fa delle pazzie: a giorni alterni stende le braccia e dopo aver lavato i suoi vestiti, li lascia asciugare in modo perpendicolare alle venature dei suoi arti superiori. In pratica li appoggia dal polso al bicipite. E’ un pazzo! Spesso si lascia calpestare la schiena dai suoi coinquilini, dice che gli salgono sulle spalle per “prendere un po’ d’aria”. Come fa a pensarle certe cose?
Però sono contento di conoscerlo, mi saluta sempre ed è una persona viva: non resta mai in casa, ama l’ossigeno e l’antiruggine. Protegge i bambini e i passanti impauriti da qualche acquazzone improvviso.

Lo capisco perché mi ci rivedo in lui, cerca di tenersi lontano dai terremoti, perché altrimenti sarebbe il primo a crollare.

E la luna abusò alle porte del sole.

Sono la camicia preferita di un adolescente ormai anziano, inzuppata di ammorbidente che la mamma ormai giovane ha scaraventato nella lavatrice ormai funzionante.
Mi sento il panino ormai comprato di un giovanotto ormai nato; comprato con degli spiccioli ormai sopravvalutati.
Mi rivedo in una valigia ormai non preparata, pronta per partire verso un continente ormai disgregato, che si affaccia su un oceano ormai prosciugato.
Certe volte penso di essere una penna ormai nuova, che riempie pagine ormai bianche, vogliose di essere tatuate da me, ormai una matricola.
Riempimi di bugie, ormai ci credo.
Fammi ventisette foto, ormai sto piangendo.
Cucinami un menù a base di pesce, ormai sto in montagna.
Rimboccami le coperte, ormai è giorno.

La luna abusò alla porta del sole ed io, io non posso abusare?
Lo sai benissimo che se tutti ti perdono, io, io ti perdono.
Anche se, ricorda che tradire non mi piace, nonostante il fatto che tradire e fare c’è di mezzo un bel trilocale senza le porte che affaccia sul golfo.
Io scrivo, ormai se volessi trovare un senso, ormai, dovrei leggere, e ormai.

Il paese dalle nuvole dense

Gli uccellini, le anatre e le cose,
gli uccellini, le arterie e le rose,
i marocchini, le anatre e le rose.

Quanti spigoli ci sono in questa stanza? E quanti in un viaggio intero? Ne ho uno nel fianco, uno in gola, uno nella schiena, infilzato, pieno di ferro arrugginito.
Sono steso con i piedi all’insù, in testa ho una moquette a quattro stelle, e tutto ha una forma geometrica; tutto possiede un perimetro, dei limiti.
Io li odio, non li voglio.
Prendo una forbice arrotondata, e come quando il sindaco inaugura una statua prima di esser ricoperta di escrementi di piccioni, io taglio il nastro e mi libero.
Non ho mai capito se la notte è fatta per dormire o se il giorno è fatto per vivere, di una cosa sono sicuro: le rampe da skateboard non sono fatte per mangiare una mela.

Proprio così.

Proprio così.


Eppure io quel giorno mi sentivo così, un bambino biondino con una mela in mano, morsa soltanto una volta, non più, per non rovinarla. Una mela gialla, come il sole che mi sbatteva negli occhi e mi faceva fare le smorfie, erano le uniche volte che sorridevo a comando, ma soprattutto, che sorridevo al sole e non alla luna.
Non ve la consiglio la Spagna, anzi, rettifico, non vi consiglio di tornare a mani vuote. E’ uno di quei paesi che ti da tanto, ma quel tanto che avresti potuto farne a meno.
La domanda giusta è, perché farne a meno quando potresti avere tutto?
Non mi dimenticherò mai le nuvole dense, che sembravano cuscini di piume in cielo, nuvole di granchio ma che non sanno per niente di granchio. Più le guardavo e più mi sentivo lontano da casa, ma più vicino ad un posto totalmente nuovo e vuoto per me.
Vuoto di baci ma pieno di nuvole, vuoto di sguardi ma pieno di nuvole, vuoto di acqua ma pieno di nuvole.
“Mi hai portato un souvenir dalla Spagna?” “Eh, avrei voluto, ma le nuvole non si possono impacchettare”
Tieni, se vuoi ti regalo questa foto.

Tieni, se vuoi ti regalo questa foto.


Non è un articolo incompleto, è solo che un pezzo di memoria è rimasto in aeroporto insieme ad un altro pezzo di cuore. Non ricordo bene se all’aeroporto di Madrid o di Roma, so solo che, come un cretino, ho dimenticato di attaccare ai miei organi i miei recapiti.
Mi tocca ricostruire.
A partire da ora.
Io sono qua, con Bibio che mi canta questa canzone in testa ormai da un mese.

Lisztomania.

Le nostre scarpe come conduttori, appese ai lampioni per illuminare la città.

Le nostre scarpe come conduttori,
appese ai lampioni
per illuminare la città.

Su questa panchina che mi graffia le cosce, c’è puzza di sigaro. C’è aroma di paternità, e io, come sempre, mi siedo sullo schienale. E’ un po’ di tempo che non guardo più il bicchiere mezzo vuoto, lo utilizzo piuttosto per dissetarmi, e poi lo butto. Dovreste provarci, perché dissetandovi, significa che il bicchiere è apparso mezzo pieno, anche se per poco tempo.
Le cuffie non mi cadono più dalle orecchie, continuo ad avere colonne sonore anche quando le colonne portanti della mia vita vacillano. Ho comprato due zaini, ora ne ho tre, perché uno soltanto non era in grado di trattenere tutte le mie esperienze, tutti i miei sogni e i ricordi. Senza offesa.
Ho conosciuto due persone nuove tre giorni fa, e altre tre, due giorni fa; per non parlare delle altre due di ieri. Mi sta piacendo così tanto che se oggi non conoscerò nessuno penserò di essere io il problema.
Mi piace quando la gente mi prende in disparte e mi mostra la propria agendina, quella rovinata e piena di venature. Quella con macchie di inchiostro e di vita. Quella che potrebbe far nascere i migliori romanzi adolescenziali, se solo un editore la trovasse a terra.
Mi piace quando qualcuno mi prende in disparte e mi riempie dei suoi problemi, anche perché sono solito dare risposte fuori luogo, che scaturiscono sorrisi. Non dico di essere una persona vuota per quanto riguarda i problemi, ma spesso li offusco, e li lascio offuscare dalle nuvole.
Una volta lessi su Twitter che una ragazza scrisse “Se vuoi il cielo devi prenderti anche le nuvole”. E io, senza problemi, presi tutto.
Mi piace quando le persone che conosco si rivelano romantiche e sensibili. Ieri ho visto quattro piedi su uno skateboard, e due fondoschiena su un tandem, che passeggiava spavaldo di notte. Sotto i lampioni.

Conosco le persone ancor prima di conoscerle, ancor prima che mi stringano la mano o che mi facciano un sorriso. Mi aspetto da loro esattamente ciò che loro vogliono farmi vedere.
Non sempre però, con te è diverso, con te so solo che finiremo in un letto bianco,
ad Helsinki,
e ci riscalderemo.

So sentimental, avrebbero detto i Phoenix.