Studio all’aperto

E’ una tavola o una tavolozza? La felpa verde scuro, la bottiglia d’acqua minerale verde chiaro, i libri bianchi, a volte bagnati, bianco sporco. Lo zaino, un’altra tonalità di verde. Forse inconsapevolmente ho svelato a tutti il mio colore preferito. Quasi dimenticavo il rosso del quaderno ad anelli, e il colore limpido dei tuoi occhi.
Sto diventando sempre più scontato, dovrei parlare del fracasso dei tuoi sorrisi, degli schiaffi dei tuoi capelli ventilati, e dello spessore tridimensionale dei nostri brandelli, che ogni giorno sono a mollo nel lago dei miei sogni. Quello pieno di alligatori, ippopotami che prevedono il futuro, che me lo costruiscono. Le mie parche.
E invece guardami, parlo dei tuoi occhi, come se gli altri non li potessero vedere. E’ vero, tutto li vedono. Ma io ci navigo.

Guardo a sinistra, mi giro, ma guardo te, che sei a destra. Con la coda dell’occhio, metto la pupilla nell’angolo acuto, come mi disse nonna: “Lo sapevo che bene o male lui guardava me, anche di spalle”.
Allunghi il piede, mentre uno spazzino fischia e finge di pulire la viuzza. Il vento lo costringe a fare e rifare sempre tutto. Mentre i vecchietti giocano a scopa e gli scappano occhiolini, quelli tecnico-tattic… OH UN PICCIONE! Sorridi, sorrido.
Riabbassi lo sguardo e fai finta di leggere, il telefono te lo impedisce, i pensieri te lo impediscono, forse io.
Io scrivo, niente me lo impedisce, anzi tutto mi aiuta

Facciamo giri enormi attorno a questo nostro percorso, creiamo continui enjambements in questa nostra filastrocca, come i corvi che sorvolano quella croce latina, in cima al cimitero. Si poggiano, e scompaiono, come le nostre paure quando si accavallano su di un precipizio, e io le spingo giù.
Levati tutto quel trucco. Adoro e odoro le circostanze, quando sei piena di vergogna e dici di spegnere le luci, quando affondi nel cuscino, e ti spogli di quell’aria da donna. Perché a te ti sta male. E a me mi fa sognare troppo.
Vieni con me, buttiamoci nelle maree, negli uragani, nelle crepe dei terremoti, che ha causato la Luna.

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Mille grazie per Otto. Otto per mille grazie.

Erano le 15.00 di un pomeriggio che ha un retrogusto serale, come d’inverno, quando il sole sopravvive per poco come la nostra pazienza e le nostre allusioni. Lui sotto la doccia, fischietta la colonna sonora del film che la sera prima aveva visto al cinema, il getto d’acqua è forte, come la pioggia che nel frattempo continuava a sbattere contro i vetri della casa. Così forte che le finestre sembravano essere in procinto di spaccarsi.Immagine
Intanto, fuori, delle scarpe rosse con la suola quasi inesistente, corrono. Sbattono contro l’asfalto impregnato, quasi come se lo stessero prendendo a schiaffi, il rumore era molto simile. Non era più di un 38, un piede normale, femminile. A guidare le scarpe era una quasi donna -dico quasi per non farla sentire così adulta e poco giovane- con gli occhi scuri e le labbra carnose. Dopo uno scatto olimpionico dal parcheggio alla casa, senza ombrello, ma con un cappotto più bagnato dell’asfalto, iniziava a bussare al campanello. La doccia è un nemico acerrimo dei citofoni, ti insonorizza tutto. Magari fuori può anche scoppiare una rivoluzione contadina, ma tu rimani comunque all’oscuro di tutto mentre continui con la seconda passata di shampoo.
Si ricorda di aver portato con sé, da qualche parte in borsa, un doppione delle chiavi di casa, perché l’anno prima lui partì per l’Andalucia e le fece una copia del mazzo di chiavi per dar da mangiare a Otto, il suo cane. Golden Retriever.
Apre il cancelletto che cigola, corre verso il portone e in un istante si trova dentro. Qualche goccia cade anche tra le fughe delle mattonelle, ma prende subito lo straccio in cucina e rimedia. Posa il cappotto sullo schienale di una sedia in salotto e si siede sulla penisola del divano. Ferma, con le mani sulle ginocchia, sistema le calze, scopre che si sono smagliate dietro al ginocchio, sbuffa, smuove i capelli, e continua ad aspettare.
Otto si sveglia, dormiva sul tappeto a righe in cucina, e corre in sala, dalla smania e dalla contentezza le fa cadere la borsa e il telefono si apre lasciando fuggire la batteria. “No, Otto, cazzo! Vai a prendere quel cretino in bagno piuttosto”“Wof” le rispose, quasi come se volesse rimediare.
La doccia smette di fluire, si sente un colpo di tosse, e dopo due minuti subito il Phon in azione, con un rumore più assordante di uno sbattitore in cucina. Finito il Phon, un accappatoio bianco come il vestito del Papa, scende lungo le scale, lui era ancora bagnato. Infatti, arrivato in salotto, lascia cadere qualche goccia, anche lui, nelle fughe.
“Ciao stronzo!”
“Hahah lo sapevo saresti entrata con le chiavi che ti diedi l’anno scorso, secondo me non le hai mollate un secondo. Ti sono mancato?”
“Non ti ricordavo così coglione, ritardatario, e nemmeno così profumato. E dicono pure che in Andalucia sono sporchi, in generale, gli spagnoli”
“Non ti ricordavo così piena di pregiudizi. Perciò dicono che al nord sono prevenuti, in generale, gli italiani. Capisco. Non mi abbracci?”

La bottega del caffè

Chi scrive a chi legge
Nient’altro che una ripresa più che moderna della commedia d’ambiente. Una foto scattata con qualche imperfezione, ma si è rivelata una panoramica ben stabile. Poco messa a fuoco, ma con particolari assai evidenti. Una foto di gruppo di qualche personaggio ideale, ma pur sempre vestito in modo realistico.
Mi sono divertito.

 

Si apre il sipario.
Una ludoteca per anziani, una pseudo pasticceria per i minorenni, uno covo alla luce del sole per quelli che non vivono senza la connessione wi-fi. Con il suolo appiccicoso a causa di quel bambino con i capelli rasati. Pochi posti a sedere, nessuno vuoto. Il bancone è sporco di caffè, la bottega intera lo è. Pochi lo prendono zuccherato: non hanno tempo.
Sembra un quadro di Andrea del Castagno, colori lucidi, gente nota, ma niente di che alla fin dei conti.
C’è il medico col camice, non s’è accorto che lo stetoscopio è per metà inzuppato nel cappuccino. Continua a parlare con la gola secca e la voce bassa, manco se facesse parte dell’ordine dei medici. Tutto questo segretismo invano viene incrementato, piuttosto che distrutto, dal signore in fondo a destra, accanto alla porta bianca del bagno. Solo, sorseggia, senza sosta. Con quegli occhiali scuri sembra quasi pronto a fare All-in, invece fa soltanto parte della Massoneria.
<< Prendete una brioche, e disintegrate quest’esoterismo >>.
<< Lasciate stare la cabala, i cornetti sono arrivati stamani >>.
– L’atmosfera cambia, c’è vento, e insieme alle donne, e ai loro tacchi che picchiano il pavimento, entra anche il sole. Nell’aria c’è un pulviscolo atmosferico che sembra di stare nella Gioconda di Da Vinci. Tutto questo effetto aeriforme mi fa venire voglia di starnutire. –
Un po’ più nascosta, a sinistra, c’era una cartomante, non vestita di stracci, ma a pois. Si divertiva con il suo mazzo di carte e con i deboli di cuore. Mischiava tutto, soprattutto le loro emozioni. Come le piaceva ripetere parole come alchimia, fusione. Accanto a lei c’era il figlioletto: Udinì. Lui faceva scomparire i portafogli, illusionista già nel grembo.
Nei pressi della baracca improvvisata vi erano delle donne, piene di paillettes. Lasciavano il rossetto sulla tazzina, la cenere del tabacco a terra (ma non sulle loro scarpe), e ormai le loro conversazioni erano in loop: Yoga, estetista, il chakra, pochi carboidrati. A sentirle, anche quello psicopatico accanto si era annoiato. Un tipetto col papillon e il pantalone di velluto, uno convinto di far parte della new age, ma di “filosofico” aveva solamente i calzini.
Era quasi ora di pranzo, entra ed esce di sfuggita, fa il suo solito saluto mediocre. Lo chiamano il Paròn, o il padrone. Un uomo non troppo giovane, con una pancia non troppo piccola e discreta. Eppure io di Paròn ricordo soltanto il buon vecchio Rocco Nereo. Vi parlo di quando il calcio era meno gossip e più palloni in rete.

Orario apertura/chiusura 07.17/12.45.
Si chiude il sipario. Grazie a Carlo Goldoni per l’idea.

Nuda, cruda, e.. ?

Sinceramente non ho capito, anzi no, la risposta esatta era non mi ricordo. Come all’esame di Stato. Qui piove, e pure tanto. Piove sopra i tetti, sotto i letti, mi piove in tasca, e perfino in testa. Dopo stanotte abbiamo combattuto l’aridità di mezzo mondo, rotto le dighe artificiali, e aumentato le portate dei fiumi. Ti dico solo che il Sindaco ha inviato un’allerta meteo, facoltativa. Ora, a pancia piena, non voglio dirti nulla. Voglio farti. (continua tu la frase, io c’ho messo tutto, soggetto, predicato e complemento). Qua piove, un po’ di meno. Tanto, da fermarti. Poco, da spingerti. Ti giuro sembra incredibile, ma mi piove in tasca.

Diramarsi

Diramarsi

“Non ti sopporto più. Sei diventato pesante. Noioso. Paranoico.” Ma tu le usi ancora quelle cremine per il corpo? Quelle che spianano la strada a tutti gli sciatori professionisti, dal collo all’ombelico. Dalla spalla al mignolo. Dove vai? Torna qui, ancora non abbiamo finito, in realtà ancora dobbiamo fare tutto, pur avendo già fatto tanto. Allora non hai capito che voglio fare una rivoluzione? Cucinarmi una frittata strapazzata. Farti un dipinto a olio. E una foto. Voglio la cappa di catrame. Te l’ho detto, non mi da fastidio. Amalgamato a te, anche il fumo ha un bel sapore. Intendo per uno come me. Ora che smette di piovigginare mi stendo al sole: passami le creme. Tutte quante le voglio.

Del resto com’è che si dice: bacco tabacco e venere? Vieni all’appuntamento senza remore? Mi piace di più. La storia dell’uomo in cenere è per i deboli di cuore.

Curiosità squagliate

Martedì. Nuvoloso.
Era appena sceso da casa, il cielo s’era messo male, aveva proprio voglia di scaricare e bagnare tutto ciò che c’era al di sotto di esso. Ha fatto tutto in fretta, nemmeno la barba quella mattina, giusto in tempo per prendere l’ombrello sull’uscio e prenotare l’ascensore, doveva fare una corsa fino alla scuola elementare di suo nipote, Marco. Era il bambino più simpatico del palazzo, lo conoscevano e lo salutavano tutti, biondo e un po’ robustello. Aveva un carisma che manco un cagnolino appena preso al canile, era talmente curioso che sarebbe stato capace di farsi a nuoto lo stretto di Messina per sapere cosa ci fosse dall’altra parte, a 8 anni. Che personaggio!
Nel palazzo e nel quartiere era abbastanza conosciuto: si fermava sempre a parlare un po’ con l’usciere, la signora del terzo piano gli offriva le caramelle da quando ha iniziato a camminare, e il meccanico sotto casa gli strizza le guance ogni mattina, con quelle mani sporche di lavoro e di olio per macchine. Ma a lui piaceva, diceva che si sentiva un indiano dopo aver incontrato Giulio, il meccanico.
Intanto il nonno aveva fatto davvero una corsa a livello olimpico, ed era arrivato in orario, anzi, con due minuti d’anticipo, davanti ai cancelli della scuola elementare del quartiere. Ogni volta che si ritrovava lì, gli veniva un po’ di tristezza e di malinconia, pensava a quando suo padre non è mai riuscito a passare a prenderlo sotto scuola, e la scusa che si ripete da solo era soltanto “Ma erano altri tempi quelli”..
Driin! La campanella dell’una e cinque, il “via” al branco di bambini che sono entusiasti di correre a casa per vedere Dragon Ball, e per raccontare alla mamma il “niente” fatto quel giorno a scuola. Ma era diverso quel giorno, saranno state le nuvole, o la campanella un po’ fiacca, ma Marco aveva proprio voglia di gelato, e ha lottato per convincere il nonno. Entrambi hanno marinato il pranzo a casa con gli altri, e sono scappati in centro a prendere qualcosa di dolce insieme. “Questi sì che sono altri tempi”, pensava il nonno.
Per la strada Marco parlava un sacco, raccontava la giornata e spiegava cosa aveva intenzione di fare nel pomeriggio, e il giorno dopo, e il giorno dopo ancora. Il nonno annuiva, lo ascoltava, e faceva i biglietti per la metro. (…)Immagine
Non appena entrati lì sotto Marco è esploso, tutte le sue domande sono fuoriuscite e il nonno non sapeva più raccoglierle e sistemarle, in modo tale da rispondere una ad una.
Erano in piedi al centro della metro, e la gente correva, chi di fretta, chi quasi dormendo, chi con la voglia di uscire, chi intento a rimanere lì sotto ancora per un po’.
“Nonno ma chi è quello? Che capelli ha? La maestra non gli dice niente?”
“Guardaa quella com’è elegantee.. Sta andando alla comunione di Fabiana secondo te?” Fabiana è la sorella un po’ più grande, che la settimana prima aveva fatto la comunione.
“Non ci credo nonno, ma quant’è grande quel cane? Lo compriamo così, uguale?”
“Quella bambina mi ha guardato nonno, mi sono fidanzato!”
Non smetteva più di parlare, sputava parole a raffica, e intanto il gelato si squagliava sulle sue mani.
“Sono tutti grandi, tutti con gli orari in testa, tutti noiosi Marco, non diventare mai grande, tu non sei noioso come loro” diceva il nonno, controllando gli orari sul tabellone, per ritornare.
“Sono tutti strani, nemmeno uno normale, sanno già dove andare, ma come fanno?” sempre più incuriosito, sempre più pieno di gelato addosso.
“Essere giovani è fantastico, non importa se cresci fisicamente, l’importante è che lasci giovane la tua mente, ricorda, è un segreto..” continuando, il nonno “E ora pulisciti, che quella è la nostra, dobbiamo tornare a casa, e sorbirci tua mamma, pulisci pulisci! haha”.
“Hahah mi prendo io la colpa con mamma, lei mi vuole bene” correndo verso il vagone.

Berlin II : Città

UBerlin
“Ho la febbre da partenza, come le gite, quando era un bacio a farci soffrire, su quel sedile”

La zattera, una volta uscita dal tunnel notturno, si è schiantata contro la scogliera tedesca, sballottando i nomadi nei pressi di Alexander Platz. C’era una bella aria, fresca, fredda, una che ti faceva sbattere i denti a tempo, e ti entrava in testa fino a ghiacciarti i pensieri, quelli brutti.
“Ti vedo stanca, hai le borse sotto agli occhi, come ti trovi a Berlino Est?”
I nomadi erano stremati, ma non lo davano a vedere, era solo il primo giorno, li aspettava una permanenza a base di McDonald’s, graffiti e volti nuovi nei vicoli stretti.
Erano affascinati, come un indigeno in una metropoli.
Pochi erano i nativi del posto, molti erano immigrati part-time, chi da Lione, chi da Saragozza, chi dal Kenya, chi invece proveniva dall’Asia e non lo affermava apertamente, ma gli occhi a mandorla aiutavano molto. Numerosi erano gli italiani, si sa, siamo un popolo che vuole guadagnare facilmente e fare la bella vita: alcuni di loro lavoravano, altri sfruttavano tutta la loro vita notturna e altri ancora si sono rifugiati in qualche ostello a 9€ a notte per sfuggire al neo-divorzio con la propria moglie.
La città era uno zoo di notte, pieno di visitatori, famiglie con i propri bambini, e un silenzio che quasi spaventava, era come girovagare in una biblioteca all’aperto. La gente non si accalcava, non alzava la voce, e perfino gli ubriachi rimanevano in disparte con la bocca chiusa.
Tutta la biblioteca era tappezzata di manifesti, uno sopra l’altro, nemmeno il tempo di metterlo che già veniva nascosto e coperto da qualche altro evento in città.
“Col timbro rientri nel locale, ma non nei miei gusti, dove bussi?”
I prezzi erano alti, ma anche le aspettative, che non sono state deluse, per niente.
Ne è valsa la pena.
“Vabene, okay hai paura, capisco, ce l’ho anch’io, e capisco pure tutto, ma mi butto se mi provi a dire addio, scherzo..”
Un flashback che ci riporta ai nomadi, impauriti, insicuri, e poco pieni di sé. Non sapevano cosa fare, dove andare, e con chi stare. Non volevano ritornare, ma non sapevano restare.
“Scusa tesoro, amore mio scusa devo vederti, ti amo, ma ti ho scopato la vita fuori dai nostri letti”
Si tenevano la mano nonostante i guanti, si baciavano nonostante le sciarpe, si abbracciavano nonostante i giubbini a mo’ di igloo, sudavano nonostante il freddo, sprecavano il tempo nonostante la poca dose che avevano a disposizione.
“Col mito delle serate e del non lasciamoci più”.

Auf Wiedersehen,

YOUNIVERCITY

Impaziente, quasi infastidito, prese le chiavi nel cestino in salone, tra tutte le carte, le sigarette e le monete che sono il resto di una giornata di spese. Le chiavi del motorino sono quelle più grandi, di gomma, e poi hanno un portachiavi riconoscibile a km di distanza: c’è un cerchio di gomma giallo legato al mazzo di chiavi con su scritto “Leave it and ask for a beer”. L’aveva comprato in Danimarca l’anno prima quando ci andò con i suoi migliori amici:

Marco, il modello di intellettuale impegnato, sbarbato e ordinato, pronto a partire più che altro per riempire il suo diario di bordo dove ci scrive tutto ciò che di straniero visita e osserva.
E John, conosciuto all’università, ha lasciato la famiglia a Liverpool perchè affascinato dall’Italia e dallo studiare qui. Con i dreads e suona la chitarra, parla benissimo l’italiano, ma a volte gli scappa il “so..” o il “but..”. Un motivo in più per farsi una risata.

Mise le chiavi nella tasca del pantalone, chiuse la porta dietro di sé, prese il motorino e mise in moto. Di solito prima di partire controlla sempre la benzina, non perché è un tipo ansioso, ma diciamo che gli piace prevedere per poi stare tranquillo.
Stavolta no, accelera senza perdere tempo, senza una meta, apparentemente.
Il viaggio in motorino è sempre un po’ diverso rispetto agli altri, ti senti giovane, perché sfrecci nel traffico come facevi da piccolo sulla tua bicicletta, e in più hai la possibilità di parcheggiare dove vuoi, anche sul marciapiede. Ed è proprio quella la sua intenzione quella sera.
Dopo esser passato con il rosso ad alcuni semafori, e aver rischiato un mezzo incidente mortale per infilarsi le cuffie in una curva, arriva alla non-destinazione:

Una discesa su una collina di una città pianeggiante del sud Italia, pericolosa e ripida, non adatta per i principianti che si sono appena avvicinati alla guida. Una strada tra la montagna, sulla destra, piena di alberi e di buio, e un marciapiede, sulla sinistra, quasi come un balcone sulla città intera. Uno spazio ristretto forse proprio per spingere le persone ad andarci da sole, massimo in due, dove il/i protagonista/i rimane in piedi come se fosse affacciato al ventesimo piano di un grattacielo di Pechino. Il vento sempre presente per riempire d’aria questa pseudo balconata che si riversa su una pianura urbanizzata. Le luci della città che creano un percorso, le macchina in fila nel traffico che illuminano le vie più piccole quasi sconosciute, e le persone, formiche che camminano lentamente per ritornare al formicaio, sane e salve, con la loro dose di cibo quotidiano.

Era un po’ come la sua cameretta personalizzata, che non aveva più dai tempi in cui viveva con i suoi..
Dovrei riordinare, ma non lo faccio” pensava “la userò domani come scusa per ritornarci ed annusare ancora un po’ l’illusione di rendere privata un’intera città, la mia città