Mille grazie per Otto. Otto per mille grazie.

Erano le 15.00 di un pomeriggio che ha un retrogusto serale, come d’inverno, quando il sole sopravvive per poco come la nostra pazienza e le nostre allusioni. Lui sotto la doccia, fischietta la colonna sonora del film che la sera prima aveva visto al cinema, il getto d’acqua è forte, come la pioggia che nel frattempo continuava a sbattere contro i vetri della casa. Così forte che le finestre sembravano essere in procinto di spaccarsi.Immagine
Intanto, fuori, delle scarpe rosse con la suola quasi inesistente, corrono. Sbattono contro l’asfalto impregnato, quasi come se lo stessero prendendo a schiaffi, il rumore era molto simile. Non era più di un 38, un piede normale, femminile. A guidare le scarpe era una quasi donna -dico quasi per non farla sentire così adulta e poco giovane- con gli occhi scuri e le labbra carnose. Dopo uno scatto olimpionico dal parcheggio alla casa, senza ombrello, ma con un cappotto più bagnato dell’asfalto, iniziava a bussare al campanello. La doccia è un nemico acerrimo dei citofoni, ti insonorizza tutto. Magari fuori può anche scoppiare una rivoluzione contadina, ma tu rimani comunque all’oscuro di tutto mentre continui con la seconda passata di shampoo.
Si ricorda di aver portato con sé, da qualche parte in borsa, un doppione delle chiavi di casa, perché l’anno prima lui partì per l’Andalucia e le fece una copia del mazzo di chiavi per dar da mangiare a Otto, il suo cane. Golden Retriever.
Apre il cancelletto che cigola, corre verso il portone e in un istante si trova dentro. Qualche goccia cade anche tra le fughe delle mattonelle, ma prende subito lo straccio in cucina e rimedia. Posa il cappotto sullo schienale di una sedia in salotto e si siede sulla penisola del divano. Ferma, con le mani sulle ginocchia, sistema le calze, scopre che si sono smagliate dietro al ginocchio, sbuffa, smuove i capelli, e continua ad aspettare.
Otto si sveglia, dormiva sul tappeto a righe in cucina, e corre in sala, dalla smania e dalla contentezza le fa cadere la borsa e il telefono si apre lasciando fuggire la batteria. “No, Otto, cazzo! Vai a prendere quel cretino in bagno piuttosto”“Wof” le rispose, quasi come se volesse rimediare.
La doccia smette di fluire, si sente un colpo di tosse, e dopo due minuti subito il Phon in azione, con un rumore più assordante di uno sbattitore in cucina. Finito il Phon, un accappatoio bianco come il vestito del Papa, scende lungo le scale, lui era ancora bagnato. Infatti, arrivato in salotto, lascia cadere qualche goccia, anche lui, nelle fughe.
“Ciao stronzo!”
“Hahah lo sapevo saresti entrata con le chiavi che ti diedi l’anno scorso, secondo me non le hai mollate un secondo. Ti sono mancato?”
“Non ti ricordavo così coglione, ritardatario, e nemmeno così profumato. E dicono pure che in Andalucia sono sporchi, in generale, gli spagnoli”
“Non ti ricordavo così piena di pregiudizi. Perciò dicono che al nord sono prevenuti, in generale, gli italiani. Capisco. Non mi abbracci?”

Berlin I : Autobus

       Finalmente è arrivata la notte su questa città di nomadi. Questa zattera al coperto sta iniziando a cavalcare onde di un mare buio, dopo aver navigato nei meandri di tutto lo stivale, percorrendo tutta la zip.
E’ arrivata la fetta del giorno in cui si gioca col buio, a volte si approfitta, a volte ne traiamo profitti. Apparentemente è la stessa cosa, praticamente si tratta di utilizzare le luci soffuse per avere piacere, che sia visivo, fisico, morale o psicologico.
Di notte le persone hanno più coraggio di sorpassare, magari per raggiungere a tutta velocità la luce alla fine del tunnel notturno. Siamo persone così curiose e superficiali.
“A volte sembra che, chi corre arriva prima, ma chi corre porta il rischio di inciampare, di più di chi cammina”.
Nella zattera la situazione degenera: non si tratta più di bagnarsi le mani nell’acqua salata, qui si tratta di inumidirsi le labbra rischiando di assaggiare le proprie lacrime. Affinché la salsedine rimanga in qualche modo attaccata ai nostri corpi.
I nomadi si scambiano abbracci e baci di nascosto, con la paura di uscire allo scoperto, con la paura di illuminare la propria intimità. Le mani vanno a tempo sotto le coperte, sotto le felpe. Continuano a tenere il tempo delle canzonette piene di sinfonie e arpeggi che rimbombano nelle orecchie di ciascuno di loro.
Dopo tutto ci tengo a sottolineare che siamo la generazione dei jeans stretti e degli orizzonti larghi, delle gonne corte e delle ambizioni più alte di noi. Siamo tossici di una realtà formata da streghe con i decolté e sirene con un paio di vans..
Sono chilometri che viaggiamo, e pensiamo ancora a scambiarci i numeri e magari a richiamarci una volta persi di vista. Chilometri nei quali appoggio la testa al finestrino e continuo a parlare per tutto ciò che tace. Con un po’ d’aria calda sul vetro, diventa tutto opaco, e umido. Inizio a scrivere pensieri rigidi su una realtà del tutto umida. Potrei scriverci un romanzo, ma per ora mi fermo qui. “Il resto l’ho perso perché non sono veloce a scrivere, però stanotte fammi ridere”.

Magari ora chiudo gli occhi e domani mi ritrovo di nuovo a casa, o forse continuerò ancora un po’ questo viaggio, conoscerò la pronuncia tedesca, e farò qualche assolo su carta.
“Continuerò a saziarmi ogni notte tra le sue cosce, su un materasso di cotone, e un cuscino di inchiostro e di carta”.

“Let’s run through..”
http://www.youtube.com/watch?v=psiILfa-G1c&list=RDpsiILfa-G1c

Knocking

Ora la bravura sta nel bussare alla porta della persona adatta. Una porta che, ogni volta che bussi si apre da sola, o che qualcuno, di nascosto, ti fa già trovare aperta.

Ho conosciuto porte di qualsiasi colore, che restassero comunque tra il nero e il bianco, al massimo cadevano nel marrone e quindi nel classico e nell’antico, ma nessuno prima d’ora aveva mai osato con una porta sgargiante. Tutte le porte a cui ho bussato erano rifinite, restaurate e blindate, mai nessuno che mi avesse fatto trovare una porta antincendio dove ero libero di scappare in caso d’incendio, o una automatica in vetro, molto sofisticata e moderna. Ognuna di loro aveva la targa dorata in alto a destra con sopra il cognome del proprietario dell’appartamento inciso, sempre lucido e chiaro.

Ci sono state persone che non hanno aperto la porta perché troppo impegnate a lavare i piatti senza guanti ma con tanto sapone, fino a sporcare la moquette con la schiuma. Altre invece sono rimaste indifferenti al suono del campanello facendo finta, oppure, dando più importanza al fatto che stessero guardando la televisione, sul divano, con le cuffie.
Ci sono state porte mai aperte a causa dello spioncino, altre perché erano state chiuse a chiave e le chiavi erano “magicamente” scomparse nei meandri di un appartamento 3mx3m.
Magari non so bussare, uso troppo spesso le nocche e forse voi preferite il campanello, oppure una voce che dice “Apri!”, illusa di trovarvi con l’orecchio ammaccato dall’altra parte del muro.

Sono qualcuno che bussa e rimane lì davanti, non scappa. Forse, se mi apriste tutti insieme, non entrerei mai in tutte le vostre case, ma un saluto dal videocitofono ve lo farei.

http://www.youtube.com/watch?v=kTmi_sUwvKs&list=PLansFred3div9-4S_HlDkY14WHfGbZ2VT

Porto fuori la spazzatura

Sbatte il cancello, un po’ aiutato dalla forza del vento che, stanco di soffiare in faccia a persone che non aprono gli occhi, inizia ad infastidirsi e scocciarsi.
Fa freddo, c’è un clima umido e quasi bagnato senza pioggia. Controlla che il cancello si sia chiuso, e fa lo stesso con la cerniera del giubbotto blu, un incrocio tra un cappotto e una felpa molto rovinata dal tempo e dalle poche visite che ha fatto in una lavanderia. Inizia a camminare senza dare peso all’orario, erano quasi le 02.00 di notte. Una notte progettata e creata da infinite lamentele di persone che non hanno la forza di dire “basta”, né di fare qualcosa affinché quel “basta” non venga mai pronunciato da nessuno. 
Lui, con una barba che gli fa da sciarpa e un pacchetto di sigarette pieno di fogli in disordine dove ci scrive i suoi pensieri accartocciati, per poi leggerli con l’odore di tabacco, continua a camminare, dirigendosi verso una panchina di legno, fredda, a partire dal colore, e dalla luce del lampione che ci riflette su. Cerca di prendere le distanze da un mondo che fa discussioni su discussioni, e che reagisce piangendo o eliminando i rapporti, che litiga come se fosse un rituale giornaliero e fa fatica a ristabilire il disordine.
Seduto sulla panchina non stende nemmeno la schiena, ma appoggia le braccia sulle sue gambe e resta con la testa in giù, a riflettere su quanto freddo fa per un mondo fin troppo caldo, troppo abituato agli impegni e ai colori estivi.
“Non male questa piazza quando non c’è nessuno”, pensa, “dovrei farla vedere a qualcuno” dice cacciando dalla tasca la sua macchina fotografica.

http://www.youtube.com/watch?v=rkOWg29O1gk&list=PL37F8184B75E16091

TOO LATE

“Dove sei stata? Credevo tornassi prima, non dopo pranzo, ma almeno per cena. Ti aspettavo”
Non l’ha detto. Non ha detto nemmeno una parola di tutto ciò che ha pensato non appena la chiave è entrata nella serratura, e lei ha varcato la soglia di casa con un passo felpato, quasi come un ladro sfacciato, pronto a derubargli tutte le speranze che aveva sugli scaffali e nei mobili in legno, già rovinati a metà dai tarli.
Naso rosso e freddo, un classico, dopo aver trascorso tutta la giornata in giro. Mani ghiacciate come dopo una ventata di prima mattina, quel tipo di vento disposto a tagliarti la faccia e a disegnarti i lineamenti nello stesso istante. Un tipo di vento che dopo averlo vissuto per più di un’ora diventa piacevole. Un maglione grigio e di lana, con la scritta “BAD DAY” ricamata al centro, in una tonalità di grigio più scuro. Posa il giubbino sulla panca all’entrata, quasi bagnato dall’umidità, si sposta i capelli e con una smorfia di timore sul viso va verso la camera da letto. 
Lui fa finta di dormire, quasi come una protesta pacifica. Ha lasciato la tv accesa come per dire “io ti ho aspettato, e ho cercato di non dormire in nessun modo, ma hai davvero fatto tardi”.
Spegne la televisione quasi arrabbiata, con se stessa, si siede in un primo momento sulla sua parte del letto e dopo qualche minuto si ritrova stesa, vestita ma scalza, sul piumone freddo e verde scuro.
Con il viso rivolto al soffitto, e le mani intrecciate sul suo stomaco, inizia a pensare troppo, immaginando una tonalità di blu che invade la camera, delle stelle luminose nei vari angoli e al centro il grande carro, che trasporta tutti i sogni delle persone che quella notte avevano voglia di aspettarsi qualcosa, e sempre quella notte, avevano lasciato libero il proprio subconscio per dare spazio ai ricordi.
Dalla finestra sulla sinistra entrano i suoni di una città che non ha voglia di lasciare tutto in sospeso, e che è dimora di grandi persone amanti delle ore piccole, da una vita.

In casa: http://www.youtube.com/watch?v=uUWrcFpmI5U
Intanto, in città: http://www.youtube.com/watch?v=hTMrlHHVx8A

AMANTI AD INTERMITTENZA

Il nostro pianeta è fatto di centinaia di milioni di luoghi che possono attrarre la nostra attenzione e quella di qualcun altro. Vi sono innumerevoli panorami, ambienti, e “nascondigli” che sono più che suggestivi, e l’uomo continua ad accontentarsi, chissà se è qualcosa di negativo o positivo.
Le persone continuano ad innamorarsi sotto i portici delle città di provincia nascoste dal caos del centro storico e dagli odori delle pizzerie, sulle panchine lungo le strade di periferia, quelle panchine scomode con la vernice rovinata e con le scritte delle comitive di passaggio. Nelle vie buie dei paesini, e sotto i lampioni dei comuni più piccoli delle regioni.
Lampioni ad intermittenza, proprio come la voglia delle persone sottostanti ad essi.

http://www.youtube.com/watch?v=onNyyoWdiDs