Ma che cazzo fai?

Passeggiata sugli Champs-Élysées, stuzzichini sui tetti del Duomo, cenetta al Colosseo, selfie alla Sagrada Familia. Ora magari vorrai dirmi che hai trovato un nuovo colore di smalto che ti sta benissimo, e che dieci squats in palestra sono meglio di dieci nuovi amici. Ma che fai?

Sali a casa sua, lo guardi in ascensore, non indossi il reggiseno di proposito. Magari ora mi dirai anche gli hai regalato le mutande e che sei andata a letto con lui per poter arrivare al fratello. Ma che fai?

Vai al mare, mangi kiwi, metti la crema, fai il countdown per l’estate. Magari ora mi inviterai ad Ibiza e starai pianificando un bel ferragosto alle Maldive. Ma che fai?

Dici le bugie, inganni, sparisci, riappari, fai finta, fai sul serio. Magari ora mi vorrai far credere che tu sei sempre stata così, che ti piacciono gli infami e quelli vestiti male. Ma che fai?

Ma che fai, dai oh.

Non mi piace che fai gli aperitivi.

Mi piacevano quei jeans a zampa di elefante.

Annunci

Scrivo molto meglio di come..

Scrivo molto meglio di come parlo.
Scrivo molto meglio di come mangio.
Scrivo molto meglio di come gioco a calcio.
Scrivo molto meglio di come cucino. Forse.
Scrivo molto meglio di come studio.
Scrivo molto meglio di come stiro.
Scrivo molto meglio di come canto.
Scrivo molto meglio di come corro.
Scrivo molto meglio di come mi giustifico.
Scrivo molto meglio di come provo a giustificarmi.
Scrivo molto meglio di come mi vesto.
Scrivo molto meglio di come mi lavo. No, scherzo, io mi lavo molto bene, e anche spesso. Sono una persona pulita, dentro, fuori, ai lati e sui bordi.
Scrivo molto meglio di come ascolto.
Scrivo molto meglio di come leggo. O meglio, scrivo molto rispetto a quanto leggo.
Scrivo molto meglio di come scongelo la carne.
Scrivo molto meglio di come taglio le unghie.
Scrivo molto meglio di come taglio i rapporti.
Scrivo molto meglio di come fotografo. O forse no. Alla fine ho belle foto su Instagram.
Scrivo molto meglio di come ordino al ristorante.
Scrivo molto meglio di come tiro le somme.
Scrivo molto meglio di come tiro gli schiaffi.
Scrivo molto meglio di come immagino di scrivere.
Scrivo molto meglio di come faccio shopping. Che poi, shopping cosa?
Scrivo molto meglio di come faccio i favori.
Scrivo molto meglio di come sbatto le uova.
Scrivo molto meglio di come mi pettino.
Scrivo molto meglio di come decido l’orario della sveglia.
Scrivo molto meglio di come taglio la pizza.
Scrivo molto meglio di come scolo la pasta.
Scrivo molto meglio di come mi oriento.
Scrivo molto meglio di come vi orientate.
Scrivo molto meglio di come scrivono gli orientali. “Scherzi? Hai mai letto Murakami Haruki?” no.
Scrivo molto meglio di come taglio i capelli.
Scrivo molto meglio di come ballo.
Scrivo molto meglio di come taglio la barba.
Scrivo molto meglio di come imbusto la spesa alla cassa del supermercato. Metto le uova sotto.
Scrivo molto meglio di come prendo gli appuntamenti.
Scrivo molto meglio di come mi presento.
Scrivo molto meglio di come vi faccio credere.
Scrivo molto meglio di come
Scrivo molto meglio di
Scrivo molto meglio
Scrivo molto
Scrivo

Viaggio Mentale.

Inizia tutto d’autunno, come la scuola, come la muta degli alberi.
Eravamo subito ad Hong Kong, ma il caso ha voluto farci fare scalo a Singapore per soltanto quattro ore, aride e superficiali. Le ho odiate quelle quattro ore, io volevo visitarla davvero Singapore, non è che volevo fotografarla o studiare dall’aereo la sua cartina topografica. Comunque ad Hong Kong è tutto più verde, perciò mi piace. Perfino le tue scarpe sono verdi. C’è odore di ricchezza, ed è davvero una puzza se la ricchezza è quella degli altri e non la tua. Ma alla fine quella cena che abbiamo pagato con le ultime banconote del viaggio era proprio saporita, sembrava di masticare la pubertà.
E mentre masticavamo, pensavamo a Sidney, mamma quanta salsedine che c’era a Sidney. La salsedine saltava addosso a tutti, un po’ come fosse un canguro, o kangaroo dovrei dire. Fatto sta che ci seccava i capelli, e a me i capelli piacciono morbidi, versatili, malleabili. Però era bello uscire in canotta, durante la notte, e immaginare che ogni onda del mare fosse una nota, nuova, nostra, su uno spartito che non sarebbe mai esistito.
Quel mare mi ricordava tanto l’Alaska. Ti ricordi quando ci andammo? Sì, okay che non è la stessa cosa, ma dici così soltanto perché l’acqua allo stato solido non riesci ad immaginarla come se fosse liquida. Immagina se mentre eravamo su quella lastra di ghiaccio enorme, mentre fotografavamo le foche, si fosse sciolta l’Alaska! Così, all’improvviso. Avremmo inondato il mondo, e ora, almeno saremmo già famosi. Invece no! Dobbiamo faticare! Che noia.
Noia, esatto, come Londra. Che noia che era Londra. Mi sono divertito soltanto a Piccadilly, e tu anche sorridevi, ma lo facevi come una conseguenza al mio buonumore. Non come l’India, lì ridevi sempre, sopra sotto accanto agli elefanti, sopra sotto accanto al Gange, sopra sotto accanto a me. Ovunque. Fu veramente un bel viaggio, anche se mangiammo male, chi se ne fotte, alla fine eri bella anche con il diamante rosso in fronte.
A proposito di diamante, ma ti ricordi quella signora che in aeroporto a New York denunciava quel ragazzino di colore per averle rubato il diamante regalatole dal marito? Sicuro l’aveva dimenticato a casa, si sa che i ricchi non ci tengono alle cose che hanno, lo diceva anche Robin Hood. No, in realtà non so se lo diceva, ma mi ricordo che era contro i ricchi. Comunque quello veramente fu il nostro viaggio, mi raccontasti tutto di te, anche quante volte facevi assenza al liceo, e quante volte avresti voluto farla per colpa del professore di filosofia.
Iniziasti a parlare a Manhattan e non riuscisti più a fermarti. Continuavi, e noi intanto eravamo a Cuba, e poi in Costa Rica, ridevi molto perché io parlavo spagnolo. Avevo vergogna. Ma nessun altra sensazione potrà mai essere paragonata a quella vergogna, piacevole, comoda.
Mi ricordo le tue mani in tutte le nazioni, in tutti i continenti. Perché in aereo mi stringevi, avevi paura sempre di perdere quota, ma la preoccupazione durava poco, il tempo di prendere sonno.

Questi, o almeno, quelli che ho elencato, sono una parte dei viaggi che vorrei fare.
E se questo scritto lo leggerai quando avrai novantanni, questi, o almeno, quelli che ho elencato, sono una parte dei viaggi che avrei voluto fare.

Ti va un caffè zuccherato?

Sono un bastardo. Ti spio da lontano come un cecchino che non ammazza, ma sorveglia, che ora dopo ora, rivela la posizione esatta del bersaglio. E’ un po’ che non scrivo, ci hai fatto caso? E anche se scrivo, non lo faccio come una volta, come quando piaceva anche a me. Ho scoperto che il tempo a volte ruba l’immaginazione, oltre ai soldi, alle coincidenze e alle possibilità. Piano piano, furbo e lesto, il tempo mi sta lasciando in mutande sotto tutta questa neve che si è posata soltanto per non farci uscire di casa, per tenerci lontano, dato che ci ha fatto venire il raffreddore ed il mal di gola.
Anche se potessi, non uscirei: i lampioni sono spenti, anzi, il vento ci ha soffiato sopra e li ha spenti. Come Davide ieri con le candeline. Forse oggi è il compleanno del vento e nessuno lo sa. Forse questa questione l’ha presa molto sul personale e ora si è arrabbiato con noi, tanto da tenerci lontano.
Noi non siamo molto meglio di lui però. Preferiamo bere fino a vomitare i nodi in gola, piuttosto che scioglierli e andarci a prendere una birra, e scappare in un parcheggio al buio, dove non ci sarà spazio nemmeno per abbracciarti, e quindi diventeremo una persona sola, con due birre. In un modo o nell’altro, l’alcool abbonderà sempre sulla bocca degli innamorati.
Bella questa scena eh? Io in testa ho una pellicola intera che, da un po’, trasmette tutte immagini su questo stile. E alla fine mi piace, anche se tutto questo è un bel pugno nello stomaco, mi piace, perché anche se non dovessi essere qui, io ci sto comunque, e ci rimango. Ti faccio un altro esempio:
Immagina una casa in montagna, in legno, con il legno tutto rovinato, tagliuzzato, e un tavolo giallo al centro di questa baita, con sopra una tazza di caffè, ancora non zuccherato, ma fumante. L’ultima tazza di caffè di quest’inverno. La mia.
Io sul divano in pelle con una texture molto retrò, in tuta, con i calzini blu, quelli che a volte ti rubi quando ti dimentichi le ciabatte (molto retrò anche loro); e tu rientri in casa all’improvviso, inaspettatamente, con la pelle d’oca, il cappotto rosso e l’ombrello ancora aperto e bagnato dalla pioggia e dalla neve sciolta (che per quelli normali sono la stessa cosa). Sbatti i piedi sul tappeto color legno, dici di essere infreddolita.
Io ti offro il caffè, l’ultimo rimasto, anzi, ti dirò di più, ti ci metterei anche lo zucchero.
Capisci qual è il mio problema? E’ che le pellicole sono quasi tutte cosi, alcune ancora meglio, ma nessuna è tanto brutta da buttarla. Capisci qual è il mio problema? E’ che ti ci metto anche lo zucchero.

E dai, lasciatemi fare.

Non fa più caldo da quando l’ho detto io.
Avete mai provato a cercare di raffreddarvi anziché riscaldarvi? Avete mai rinunciato ad un pasto caldo per uno freddo?Avete mai preferito il freddo battito dei denti al caldo battito di mani?
Si? Oppure il freddo vi piace soltanto fotografarlo? Oppure, meglio ancora, pensate che il caldo sia solo quella piccolissima fetta di vita che ingloba l’abbronzatura e le creme, i rayban e i bikini, gli happy hour e i colpi di sole?
Vi piace il freddo, me lo venite a dire sussurrando, e mi fate anche capire che per freddo voi intendete il caldo che lo ammazza.
Tutti in gruppo, tutti in massa, con le infradito, si stanno spostando già verso la riva delle loro spiagge, con la sabbia bianca pallida e le pietre taglienti alla deriva dei continenti. Chilometri di scogliere frastagliate e loro niente, si autoacclamano fotografi frustati. Sapete tutto questo perché? Perché vi interessa soltanto di voi stessi, e se dovete vomitare, non esitate a bussare alla porta di qualcuno per utilizzare il bagno. Non tornate di certo a casa vostra, non potete di certo sporcare il vostro bagno.
Vivo in una discarica, ma non di rifiuti. Vivo in una discarica di sogni ed illusioni, dove ogni giorno le persone passano, con sacchetti di colore diverso, e vomitano i loro sogni andati a male, insieme alle scorze ammuffite delle loro divenute illusioni. Provateci, invece del Day Hospital, provate a fare il Day Discarica, dove per una volta, siete voi a mettere a disposizione il bagno, e siete voi a ripulire le frustrazioni degli altri. E tranquilli, non accalcatevi, non si vince niente, meglio metterlo in chiaro perché qui se non si vince niente, nessuno fa qualcosa per puro piacere, per pura solidarietà.
E se vi vogliono far credere che siamo poveri, hanno ragione, ma abbiamo ragione anche noi ad esserlo. Ci avete fatto caso che ora alle casse dei grandi centri commerciali, nelle grandi aziende, negli uffici tutti incravattati e lindi, non ci vendono più speranze? Avete notato che provano a venderci soltanto scorciatoie?
A quel punto, siate felici di sbandierare la vostra povertà, perché sono loro i poveri, e parlo di povertà d’animo in questo caso.
Se non siete d’accordo con me spiegatemelo, spiegatemi come siamo fatti, e non parlo di cromosomi, parlo di indole debole, parlo di forti debolezze, parlo di casi umani non a caso.
Presentatemi la carta dei diritti e dei dov’eri?
Se non mi trovate, cercatemi nel cuore delle conversazioni che trattano di iniziative, idee, costruzioni, progetti, amore, qualcosa che ci dia un futuro, oltre all’atto della monetizzazione. Sapete perché sono arrivati a monetizzare le idee, le iniziative, l’amore? Perché anche loro hanno smesso di sorprenderci, perché noi abbiamo smesso di farci sorprendere anche da loro.
Smettetela di chiudere gli occhi per immaginare. Schopenauer è morto. E’ il momento di sbarrarli e focalizzare l’obbiettivo.
Mi piace parlare con voi, perché mi lasciate fare.

“Ogni mia parola è un posto in cui nessuno è mai andato
da cui non sono mai tornato”

2015 in corsia preferenziale.

“E’ passato mezzo anno!” hai esordito come un tifoso accanito, nel momento esatto in cui la sua squadra del cuore segnava il goal della vittoria, all’ultimo istante, mentre l’arbitro portava alla bocca il fischietto. “E’ passato mezzo anno!” hai detto, con la stessa enfasi con la quale un pescatore vende i suoi calamari freschi, di prima mattina, al mercato del rione. “E’ passato!” hai sussurrato a voce alta, come un bambino che lancia il pallone lontano, colpendolo con la punta del piede, ed urla a squarciagola “Palla!”. Hai visto? E’ passato, proprio come hai detto tu, con la voce da manifestante che urla al megafono contro la nuova riforma del lavoro, ti mancava soltanto la vena ingrossata sul collo. Sarà passata anche quella. E’ passato insieme al frecciarossa che corre forte, come la neve che si è posata soltanto per essere fotografata, come i panifici che sfornano l’odore della mollica. E’ passato come il bambino in bicicletta con le ginocchia sbucciate, il barista con il vassoio, la prostituta poco vestita, ed il cagnolino a spasso più vestito della prostituta. E’ passato come gli ossimori, come l’odore di fritto che c’era da Highway Burger, come quella cometa che passerà di nuovo soltanto quando in cielo ci sarà più spazio per sfrecciare.
“E’ passato mezzo anno!” mi hai detto guardandomi negli occhi, hai urlato, ma nessuno l’ha percepito. E’ passato come quel film con il bollino rosso, come l’autostrada con il bollino nero per il traffico, come tutti i miei sbadigli che ho fatto senza coprirmi la bocca. E’ passato come il furgoncino bianco che sorpassa senza azionare l’indicatore di direzione, come la scossa elettrica trasmessa dal mio maglione di lana, come noi sul motorino nei pressi del posto di blocco. E’ passato come il periodo in cui era più sicuro mangiare le albicocche dai rami, come l’ultima canzone di Noel Gallagher in radio, come l’ultimo gossip sul principino inglese. E’ passato mentre mi accarezzavi le labbra screpolate, disabituate al ghiaccio e al vento gelido. E’ passato mentre ti accarezzavo lo stomaco screpolato, disabituato alle curve e ai viaggi in autobus.
E’ passato come ieri notte, l’altra notte, e la notte che verrà.
Alleluia! Alleluia! Canta con me, alleluia! Alleluia!

Occhio sinistro.

Un vortice caramellato, macchine costose, panorami, quadri cubisti. Si sa dove finisce ma non si sa dov’è che comincia: è un binario con varie biforcazioni, talvolta pericolose, talvolta scoscese, che conduce ad un isolotto inzuppato nell’acqua marina. Una di quelle isole a forma di biscotto, con i bordi sbriciolati. L’acqua bagnante è fin troppo salata, sebbene il glucosio dell’isola continua ripetutamente a disperdersi lungo il fondale, o nella schiuma delle onde. Sulla battigia ci sono dei gatti, alcuni che fanno jazz, altri con gli stivali che giocano con la spada. La foresta si estende dopo la terza pianta di cocco, dalla spiaggia al fulcro dell’isola. È fitta. È fredda. È fritta. Ci sono diverse razze di piovra, e di plankton. Tra la corteccia della foresta si animano più di venti specie diverse di ragni: ragni egocentrici, ragni a pois, ragni sia egocentrici sia a pois, eccetera eccetera a pois. C’è rimasto, perfino, addirittura, il leopardo dell’Amur. Prima di allora, la sua specie è stata conservata e preservata nello zoo/isola finlandese, sana come un pesce. Poi qualcosa è andato storto, e solo uno si è salvato. Lì, a pochi ettometri dalla conchiglia nera dell’isola, sull’orlo del vulcano, posto al centro, come una pupilla. La sua pupilla: un vortice caramellato, macchine costose, panorami, quadri cubisti.