Viaggio Mentale.

Inizia tutto d’autunno, come la scuola, come la muta degli alberi.
Eravamo subito ad Hong Kong, ma il caso ha voluto farci fare scalo a Singapore per soltanto quattro ore, aride e superficiali. Le ho odiate quelle quattro ore, io volevo visitarla davvero Singapore, non è che volevo fotografarla o studiare dall’aereo la sua cartina topografica. Comunque ad Hong Kong è tutto più verde, perciò mi piace. Perfino le tue scarpe sono verdi. C’è odore di ricchezza, ed è davvero una puzza se la ricchezza è quella degli altri e non la tua. Ma alla fine quella cena che abbiamo pagato con le ultime banconote del viaggio era proprio saporita, sembrava di masticare la pubertà.
E mentre masticavamo, pensavamo a Sidney, mamma quanta salsedine che c’era a Sidney. La salsedine saltava addosso a tutti, un po’ come fosse un canguro, o kangaroo dovrei dire. Fatto sta che ci seccava i capelli, e a me i capelli piacciono morbidi, versatili, malleabili. Però era bello uscire in canotta, durante la notte, e immaginare che ogni onda del mare fosse una nota, nuova, nostra, su uno spartito che non sarebbe mai esistito.
Quel mare mi ricordava tanto l’Alaska. Ti ricordi quando ci andammo? Sì, okay che non è la stessa cosa, ma dici così soltanto perché l’acqua allo stato solido non riesci ad immaginarla come se fosse liquida. Immagina se mentre eravamo su quella lastra di ghiaccio enorme, mentre fotografavamo le foche, si fosse sciolta l’Alaska! Così, all’improvviso. Avremmo inondato il mondo, e ora, almeno saremmo già famosi. Invece no! Dobbiamo faticare! Che noia.
Noia, esatto, come Londra. Che noia che era Londra. Mi sono divertito soltanto a Piccadilly, e tu anche sorridevi, ma lo facevi come una conseguenza al mio buonumore. Non come l’India, lì ridevi sempre, sopra sotto accanto agli elefanti, sopra sotto accanto al Gange, sopra sotto accanto a me. Ovunque. Fu veramente un bel viaggio, anche se mangiammo male, chi se ne fotte, alla fine eri bella anche con il diamante rosso in fronte.
A proposito di diamante, ma ti ricordi quella signora che in aeroporto a New York denunciava quel ragazzino di colore per averle rubato il diamante regalatole dal marito? Sicuro l’aveva dimenticato a casa, si sa che i ricchi non ci tengono alle cose che hanno, lo diceva anche Robin Hood. No, in realtà non so se lo diceva, ma mi ricordo che era contro i ricchi. Comunque quello veramente fu il nostro viaggio, mi raccontasti tutto di te, anche quante volte facevi assenza al liceo, e quante volte avresti voluto farla per colpa del professore di filosofia.
Iniziasti a parlare a Manhattan e non riuscisti più a fermarti. Continuavi, e noi intanto eravamo a Cuba, e poi in Costa Rica, ridevi molto perché io parlavo spagnolo. Avevo vergogna. Ma nessun altra sensazione potrà mai essere paragonata a quella vergogna, piacevole, comoda.
Mi ricordo le tue mani in tutte le nazioni, in tutti i continenti. Perché in aereo mi stringevi, avevi paura sempre di perdere quota, ma la preoccupazione durava poco, il tempo di prendere sonno.

Questi, o almeno, quelli che ho elencato, sono una parte dei viaggi che vorrei fare.
E se questo scritto lo leggerai quando avrai novantanni, questi, o almeno, quelli che ho elencato, sono una parte dei viaggi che avrei voluto fare.

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